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La regressione allo stato di leader

Gimli per "La Gazzetta Dentro"

Due milioni di pellegrini ai funerali di Woitila. Migliaia di persone in piazza San Pietro per il nuovo Papa Benedetto XVI, che prima ancora dell’elezione disponeva di una pagina web di entusiasti “Ratzinger boys”.
Mi sono chiesto cosa c’è dietro questi fenomeni, amplificati dai media?
Un autentico risveglio religioso o qualcosa di diverso e più generale, che riguarda la società nel suo insieme, anche quello che non si riconosce nella Chiesa?
La verità è forse che personalità come Giovanni Paolo II, già di per se imponenti giganteggiano nel deserto della mediocrità contemporanea. Abbiamo sete di capi carismatici e di guide spirituali, e ne vediamo sempre meno sulla scena pubblica. E allora anche i senza Dio, anche gli “Atei devoti” (definizione a cui Dulcinea mi accosterebbe) finiscono per accorrere intorno al soglio di Pietro.
Ma perché scarseggiano i leader, e perché ne sentiamo tanto la mancanza?
Io credo che sia “l’età della tecnica” che ci spersonalizza, che ci rende tutti dei meri funzionari di enormi apparati. Un banchiere dell’ottocento, ad esempio, era una figura di prestigio, quello di oggi è per lo più un anonimo burocrate.
La tecnica elimina il carisma in favore dell’efficienza e della produttività. Ci livella un po’tutti.
Per contro, questa voglia di leader, che secondo il mio vedere è un fenomeno regressivo, nel senso di un inconscio ritorno al tempo perduto, quasi all’infanzia. L’identificazione della masse con un uomo è un retaggio della società arcaiche.
Finche esistevano le ideologie, almeno, ci si identificava con quelle, che rappresentavano comunque un livello più alto. Il crollo delle ideologie ha lasciato un vuoto che viene riempito da figure simboliche. Ergo, percepisci un significato solo se lo vedi incarnato in una persona.
Come i bambini, che non afferrano i concetti se non li vedono incarnati nel papà.
Ecco perché parlo di regressione. È un fenomeno che indica il triste collasso delle idee.
Alcuni addebitano questa reazione regressiva al senso di spaesamento che produce un mondo globalizzato in vertiginosa trasformazione… Cosi la gente avverte la perdita di ogni punto di riferimento stabile e cerca di ancorarsi a qualcosa, a qualcuno.
In fondo il significato di leader è proprio questo: uno che cammina davanti agli altri e indica la via… Ma non sono del tutto d’accordo…
È vero la globalizzazione ci priva dei punti cardinali.
Ma il nostro compito è fare fronte alla nuova realtà mondiale, mostrarci all’altezza di queste sfide, e invece ci arrocchiamo nelle antiche certezze, facciamo appello alla tradizione.
L’uomo come guida ha senso entro un ambito circoscritto, nei confini di una nazione, non più in un mondo globale.
Resta il fatto che siamo alla ricerca di leader. E i media ce ne propongono a getto continuo, spesso privilegiando la visibilità a scapito della credibilità. Un esempio?Le azioni degli uomini politici (ma non solo) mirano ad apparire più che a produrre risultati reali. Mi torna in mente così un motto di Schopenauer “Non siamo al mondo ma alla rappresentanza del mondo”. Essere, ultimamente significa comparire in Tv. Purtroppo a questa regola non è sfuggito neppure un grande Papa come Woitila, che secondo me ha commesso l’errore di esteriorizzare la religione,strappandola alla sfera dell’interiorità alla quale dovrebbe appartenere, e trasformandola in puro fatto devozionale.
Se dovessi affermare quale è stato uno degli errori del suo pontificato, direi senza dubbio questo…

 
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