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Incontro/Intervista Educatore

Introduzione

In data 26/04/2005 La redazione de “La Gazzetta Dentro” ha incontrato il responsabile dell’area trattamento della Casa Circondariale di Asti (sig. Sergio Pasquali). Questa intervista nasce con l’intento di chiarire un concetto che noi riteniamo fondamentale e cioè quello della coesistenza di due aspetti fondamentali della vita carceraria: Sicurezza e Trattamento una collaborazione necessaria.
Partendo da questo tema, l’intervista ha toccato altre situazioni che interssano la quotidianità all’interno della casa circondariale.

Intervista

D – Chi è Sergio Pasquali? Ci parli di Lei e del suo percorso professionale.

R – Sono nell’Amministrazione Penitenziaria dal ’83, al tempo non erano richieste come oggi qualifiche specifiche, bastava un diploma di scuola media superiore. Sono entrato nella cosiddetta seconda ondata, lavoravo già nel penitenziario minorile come insegnante professionale, cosi è stata per me una naturale evoluzione di un percorso iniziato.
Ho lavorato come educatore al Don Soria (Casa di Reclusione di Alessandria), nel 1984, un periodo dove si cominciava a credere nelle pene alternative, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo ordinamento penitenziario datato 1975.
Al Don Soria ho lavorato per 14 anni. Nel 1998 sono stato destinato alla casa circondariale di Asti.


D – Dal ’75 ad oggi il carcere è mutato, oggi si tende sempre più a rifarsi ai dettami della Costituzione che vuole la pena rieducativa e non affittiva. Alla luce di questo concetto quanto è importante la presenza degli educatori all’interno del carcere?

R – Con la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975 la figura degli educatori all’interno degli istituti è stata tra le più importanti per il cambiamento degli istituti di pena; basti pensare che in passato erano luoghi in cui vi erano solo tre figure: il Direttore, il Cappellano e il Corpo di Polizia Penitenziaria, nonché qualche insegnante per i corsi scolastici interni. Il carcere è mutato avvicinandosi di più alla società, quindi da luogo definito istituzione chiusa, a luogo sempre più aperto verso l’esterno. Gli educatori sono stati coloro i quali si sono battuti per migliorare i servizi interni al carcere, anche sul piano della vivibilità; perché non sia un luogo solamente afflittivo ma anche e soprattutto rieducativo, attraverso attività previste dalla legge e dall’’Ordinamento Penitenziario: attività sportive, ricreative; attività ottenute attraverso convenzioni con Enti e Associazioni esterne; ad Asti ne sono state create con la Biblioteca di Asti e con l’associazione di volontariato EFFATÁ.
Altro compito importante del polo educatori è l’intervento sulla persona.
Nel corso degli anni si è sempre più lavorato per un intervento personalizzato, con percorsi trattamentali specifici per ogni detenuto, tendenti a restituire alla società persone con un senso di responsabilità maggiore, che attraverso prese di coscienza possano decidere in modo più consapevole il loro futuro.


D – Spesso (è una nostra impressione) il trattamento e la sicurezza all’interno del carcere non collimano, anzi si scontrano, perché succede questo a suo vedere?

R – I due concetti sono antitetici o possono apparirlo.
Da una parte la società chiede che le persone detenute non evadano: gli addetti alla sicurezza hanno il compito di evitare ciò accada; ma anche il compito di evitare che i singoli siano fatti oggetto di soprusi da parte di compagni più arroganti e aggressivi.
Questi scopi si raggiungono limitando le libertà di movimento.
Le attività trattamentali tendono a supplire alla mancanza di libertà di movimento,
ecco che si deve cercare un equilibrio, una giusta modalità nell’agire, che permetta l’espressione dello spirito in una situazione di serena convivenza con un regime di sicurezza.

D – Qual è a suo vedere il problema più grave all’interno del carcere in questo momento, e cosa si dovrebbe fare per migliorarlo?

R – Sicuramente il sovraffollamento è un problema grave, soprattutto in relazione ai servizi che il carcere deve offrire.
Altro problema sono: l’esiguità di operatori specializzati all’interno degli istituti,
la difficile attenzione alle diverse tipologie di persone detenute ed in ultimo e non per importanza il tipo di strutture.
Ci troviamo con istituti costruiti durante gli anni dell’emergenza del terrorismo, quindi più consoni ad una maggiore sicurezza ma non adatti a un trattamento di recupero.
Ad esempio il nostro istituto soffre della mancanza di locali come il teatro, locali in cui le attività trattamentale possano essere soggettive.
A mio avviso bisognerebbe che le strutture siano diverse e consone al tipo di progetti di recupero che l’Amministrazione Penitenziaria intende attivare.

D – Parliamo di lavoro… Il carcere di Asti ha “puntato” molto su questo aspetto e possiamo dire che in questo possa essere preso a modello anche da altre strutture. Quanto ritiene importante questo punto per il reinserimento del detenuto?

R – Nella Casa Circondariale di Asti da anni è in corso una sperimentazione per la coltivazione di prodotti biologici.
Non sempre è però possibile avere persone adatte, a mio parere sarebbe necessaria un intereazione fra più istituti in modo che ci sia collegamento fra l’attività principale che si intende svolgere, il tipo di struttura, il tipo di persone detenute e la formazione adeguata del personale ivi impiegato. Una particolare attenzione dovrebbe essere dedicata secondo i criteri anzidetti alle persone che presentano forti disturbi della personalità; questi hanno bisogno di maggiori attenzioni utilizzando anche la collaborazione del territorio; per esempio concentrare aiuti sanitari specializzati e personale preparato ai vari istituti che maggiormente ne necessitano; in questo modo non risulterebbero luoghi di ghettizzazione di quella problematica ma luoghi curativi con personale specializzato per quel tipo di patologia. Attualmente il personale tutto, intendendo corpo di polizia, operatori, assistenti sociali, psicologi, si trovano a fronteggiare situazioni disparate, contando su una preparazione non sempre adeguata al tipo di persona detenuta e alle problematiche di cui è portatore, sia a livello soggettivo che socio familiare.

Ritengo infine che gli interventi in istituto debbano essere molto legati al territorio in cui è collocato il carcere, soprattutto se le persone detenute appartengono a quel territorio e intendono ritornarvi alla fine della pena.
Esempio il territorio astigiano è connotato da una economia prevalentemente agricola, enogastronomia ed agrituristica, per cui ritengo sarebbe sbagliato preparare professionalmente le persone in ambiti diversi da quelli citati, al loro rientro nella società troverebbero difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro, sia in quanto ex detenuti, ma anche per la mancanza delle specifiche capacità lavorative professionali richieste.

D – Non pensa che si dovrebbero coinvolgere maggiormente le aziende, spiegando che assumendo detenuti o ex detenuti potrebbero avere dei benefici a livello fiscale? A questo proposito il Governo non dovrebbe a suo vedere sensibilizzare l’imprenditoria con leggi ad hoc di facile accesso e interpretazione?

R – L’attenzione nei confronti delle aziende è costante, grazie all’impegno degli operatori vi è un tentativo continuo di coinvolgimento delle aziende esterne. Lo stato è molto sensibile al problema detenuti/lavoro ed ha approntato leggi specifiche, tra cui fondi da destinare ai Comuni, e leggi per l’impiego dei detenuti ed ex detenuti presso aziende, società-cooperative ed attività private, per incentivare e facilitare tali assunzioni.
Inoltre esistono altre cooperative sociali, denominate di tipo B, per i soggetti svantaggiati, essendo questi una categoria di persone che necessitano di aiuto diretto nella ricerca di un lavoro.
Il compito degli educatori all’interno degli istituti di pena deve essere quello di supporto al detenuto, ma nello stesso tempo siamo costretti a dare delle speranze per il futuro, anche se non dovrebbe essere compito nostro preoccuparci per quello che sarà il futuro delle persone rimesse in libertà.
La mia idea è quella che l’educatore non debba essere colui il quale va alla ricerca di lavoro porta a porta, ma di una persona che crea iniziative attraverso collaborazioni con associazioni di volontariato, con le istituzioni, nonché con agenzie formative, in modo tale da proporre i detenuti alle aziende con una formazione adeguata.
Con questa ottica è nato un gruppo di lavoro chiamato GOL, fatto di persone che si incontrano per risolvere e discutere progetti per i detenuti, è attraverso il GOL siamo riusciti ad impiantare l’azienda agricola all’interno dell’istituto.
Altra iniziativa è quella del progetto LOGOS, progetto finanziato dalla fondazione bancaria San Paolo di Torino, che prevede dei corsi formativi per i detenuti.
I fondi sono dati anche a cooperative come “Eta Beta”, gruppo Abele di Torino e a tutte quelle che si occupano del lavoro per i detenuti.
Cooperative il cui compito è il recupero della persona, non solo quindi un’agenzia che si occupa di formazione lavorativa.
Alcune leggi danno particolare attenzione anche ai centri per l’impiego. Attualmente la legge Smuraglia, pur non avendo fondi, da la possibilità di usufruire di agevoli sgravi fiscali.
Tale legge da inoltre dei vantaggi immediati a chi assume persone detenute o ex detenute, attraverso l’esenzione totale dal versamento della contribuzione;
il ritorno economico per le aziende è quindi immediato in quanto avviene in maniera diretta e non attraverso il rimborso del versamento contributivo da parte del Ministero della Giustizia.

D – Qual è il suo sogno? Come vede il carcere per esempio fra 100 anni?

R – Il sogno è ovviamente quello di veder sparire il carcere, nel senso che una civiltà così progredita e come si suole dire di benessere, dovrebbe trovare dei meccanismi di prevenzione alla commissione di reati, soprattutto quelli nei confronti del patrimonio.
Laddove invece il reato venga commesso, trovare delle soluzioni diverse da quella di togliere quelle persone per un certo periodo dal contesto sociale rinchiudendole in un carcere.
All’interno di detto contesto deve essere creato un equilibrio tra la consapevolezza della commissione del reato, equilibrio che deve tener conto della vittima del reato, della persona offesa, e anche del contesto sociale in cui vive la persona offesa, che deve sentirsi sufficientemente ripagata da questo tipo di giustizia che viene normalmente definita giustizia “riparativa”, già adottata da tempo memore al popolo Maori della Nuova Zelanda, e anche recentemente in Sud Africa, nel passaggio dal governo dei bianchi “Apartheid”, all’attuale democrazia. Questo e il mio sogno, una società dove il carcere non trovi più una sua collocazione

Grazie per aver risposto a queste domande…

Grazie a voi e buon lavoro…


 
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