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Incontro/Intervista

Direttore

 

Introduzione
La redazione de “La Gazzetta Dentro” ha incontrato il Direttore della Casa Circondariale Dr. Domenico Minervini. Questa intervista nasce con l’intento di chiarire un concetto che noi riteniamo fondamentale: quello della coesistenza di due aspetti fondamentali della vita carceraria, Sicurezza e Trattamento, una collaborazione necessaria.
Partendo da questo tema, l’intervista ha toccato altre situazioni che interessano la quotidianità all’interno della casa circondariale.


Intervista
In primis volevamo ringraziarla per aver accettato di essere intervistato e per averci dedicato del tempo

D - Ci racconti… Chi è Domenico Minervini?

R - Dopo la laurea in giurisprudenza ho sostenuto un concorso nell’amministrazione penitenziaria, iniziando così un iter formativo per una realtà che conoscevo superficialmente ma che mi ha coinvolto in modo positivo da subito. Appassionato di diritto penale, trovai un senso in questo lavoro guardando al carcere come ad un punto di partenza per persone a cui dare speranza era fondamentale. Ho cominciato a Gorgona (isola dell’arcipelago toscano in cui si trova una casa di reclusione. n.d.r.), ma avrei preferito un'altra realtà, non ritengo infatti formativa la prima esperienza; dopo due mesi venivo trasferito a Torino, dove rimanevo per cinque anni, trovandomi di fronte ad una realtà diversa, una realtà carceraria completa: la Casa circondariale “Le Vallette” di Torino ospita circa mille e trecento detenuti con movimenti di ottomila detenuti all’anno, tra scarcerazione, trasferimenti e arrivi da altri istituti, con problematiche da affrontare che numeri così alti possono comportare; esiste poi la presenza delle diverse tipologie: detenuti imputati, appellanti, definitivi, con pene elevate, medie e piccole; una realtà dove un giovane Direttore possa formarsi in modo completo e positivo. Trasferito ad Asti senza preavviso, con incarico di Direttore mi trovavo di fronte ad una realtà diversa da quella delle “Vallette” molto più a misura d’uomo ma non per questo priva di problematiche, anzi tutt’altro.

D – Quali sono le priorità nel suo lavoro? Cosa ritiene più importante per il miglior svolgimento dello stesso?

R- Sicuramente i rapporti con le persone, giro sempre con un foglio su cui appuntare le varie problematiche che giornalmente mi vengono esposte. Mi piace essere all’interno dell’istituto, essere partecipe alle problematiche dei detenuti, con quel rispetto reciproco che metto alla base del mio lavoro. Qui ad Asti sono meno presente all’interno: le competenze a cui è sottoposto un Direttore rispetto ad un Vice sono diverse e portano via tempo da dedicare all’interno.

D – Qual è a suo avviso il problema più annoso da risolvere all’interno del carcere?

R – Il lavoro a tutti i detenuti. Su questo punto cerco continuamente di dare una risposta.
Ad Asti abbiamo creato L’Agribio un azienda agricola che oltre a far lavorare una ventina di detenuti all’interno, ha dato la possibilità di lavoro a detenuti ammessi alla misura della semilibertà o dell’articolo 21 (possibilità di lasciare l’istituto di pena nelle ore di lavoro. n.d.r.). Esiste la possibilità di lavoro a rotazione, per dare la possibilità a tutti i detenuti di lavorare.
Il lavoro all’interno degli istituti di pena si scontra in continuazione con le leggi sulla sicurezza del luogo di lavoro, come la 626 che prevede continue messe a norma dei locali adibiti ad attività lavorativa. La realizzazione di queste modifiche necessita di cospicui fondi rendendo quindi le possibilità lavorative difficilmente attuabili.

D- Trova che il numero degli educatori sia sufficiente per rispondere alle tante richieste di aiuto dei detenuti?

R- La situazione è migliorata, quattro operatori chiaramente non sono tanti, si potrebbe fare meglio con un numero maggiore; anche se il lavoro degli educatori deve essere valorizzato dai Magistrati di Sorveglianza che, per disorganizzazione, elevata mole di lavoro e carenza di organico ritardano nelle risposte. Manca una figura che dia una comune linea da seguire alla magistratura di sorveglianza, che non deve essere diversa a seconda della lettera con cui comincia il cognome del detenuto.

D- Come giudica la linea presa dal DAP che predica un maggiore equilibrio fra Sicurezza è trattamento?

R- Questa è la linea indicata dal nuovo Ordinamento Penitenziario D.P.R. 230/2000; è una linea che approvo pienamente ritenendola un cardine principale del trattamento e del conseguente inserimento nella società del detenuto.

D- Il quadro politico attuale ha influenza sul cambiamento del carcere?

R- Al di la delle tendenze politiche, grandi cambiamenti negli ultimi quattro anni non né ho visti; l’approvazione dell’indultino si è rivelata un flop; sia la legge Turco – Napolitano sia
la Bossi – Fini non hanno risolto il problema del sovraffollamento delle carceri, anzi hanno innescato una nuova problematica che è quella dell’espulsione dei detenuti extracomunitari alla fine della pena; il lato rieducativo e di reinserimento vengono in questo caso a mancare; un detenuto extra comunitario che verrà espulso a fine della pena ha pochi stimoli per seguire un programma di reinserimento.


D- Le è capitato di incontrare un ex detenuto per strada? Che sensazioni ha provato?

R- Si spesso, da alcuni ho avuto anche manifestazioni d’affetto; per me siete uomini prima di tutto.

 
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