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Quel che mi resterà dentro del Papa...

Gimli per la “Gazzetta Dentro”

 

Tutto si è detto in questi giorni, tutto si è fatto notare sui meriti innegabili di Giovanni Paolo II “Il grande”, appellativo che condivido pienamente, perché riconosco in lui un grande Papa e un grandissimo uomo.
Ma io non vorrei, in questo mio scritto, elencare i suoi innumerevoli meriti, tutte le cose che ha fatto, soprattutto ora che è morto…
Parlare della morte di un grande uomo, a me sembra impossibile. La morte, come l’amore a cui liricamente si affratella, è sempre oggetto di retorica bolsa o risate imbarazzate, quasi mai di un discorso cosciente: consegnato alla religione, il suo mistero è stato espulso dalla vita pubblica: riaffiora per un attimo nei funerali e nei minuti di silenzio, che di silenzio non sono mai, perché la morte fa troppo paura per cercare di non esorcizzarla con un applauso. Ai sopravvissuti che ne subiscono gli effetti appare ingiusta perché colpisce sempre troppo presto e troppo a caso. Affermazioni che presuppongono una visione dell’universo modellata sulle nostre marginalissime percezioni, ma tant’è: tre secoli di illuminismo ci hanno abituato a disinteressarci di ciò che non sia certificabile dal cervello umano, così come i millenni precedenti avevano contribuito a seppellire la saggezza degli antichi Egizi, che chiamavano la morte col nome bellissimo di “Uscita nella luce”.
Ma neanche di questo ritengo giusto scrivere.
Vorrei in queste righe concentrarmi su quello che mi resterà di Giovanni Paolo II.
Molte sono le cose che questo Papa “venuto dal freddo” ha lasciato dentro di me.
La prima è il suo messaggio chiaro e forte che “Dio è salvezza”
La Seconda è la sua dignità nell’affrontare la sofferenza che la malattia, gli portava.
Giovanni Paolo II è stato un grande Papa per quanto ha fatto, ma è stato un grandissimo uomo per come ha fronteggiato la sua sofferenza: egli ha dimostrato al mondo intero e senza ombra di dubbio alcuno che essa è il fondamento dell’ “Io”…
Penso dunque sono è il pensiero “Cartesiano”
Sento dunque sono è una verità di portata molto più generale e che riguarda tutto ciò che è vivo.
Il mio “Io” non si differenzia sostanzialmente da quello degli altri per quello che pensa.
Tanta è la gente, pochi i pensieri; tutti pensiamo più o meno le stesse cose e ci passiamo a vicenda le idee, ce le prestiamo, le rubiamo. Però quando soffro, il dolore lo sento solo io.
Quindi il fondamento dell’ “Io” non è il pensiero, ma la sofferenza,che è il più fondamentale dei sentimenti Nella sofferenza neanche un gatto può dubitare del suo io inconfondibile.
Nella grande sofferenza il mondo scompare ed ognuno di noi e solo con se stesso.
Mi ritorna in mente un personaggio di un libro di Dostojevsky, il principe Myskin, che in un passo del libro cita una frase: “ Non sono degno della mia sofferenza”. Grande frase…
Ne deriva che la sofferenza non solo è il fondamento dell’“Io”, la sua unica inconfutabile prova ontologica, ma è anche, fra tutti i sentimenti, il più degno di rispetto, il valore dei valori.
Giovanni Paolo II , vero Cristo contemporaneo, ha dimostrato come non solo si possa essere degni della propria sofferenza, ma come quest’ultima possa essere fonte di insegnamento per gli altri.
E ancora: la sua vicinanza con i pensieri di Sant’Agostino che, come lui, pose l’accento sulla necessaria collaborazione fra fede e logos, tra religione e ragione pensante.
Nella sua enciclica “Fides e Ratio” Papa Woitila lancia un grido d’allarme ; senza più pensiero forte e indipendente dalla religione stessa, anche la fede non esiste.
Essa degenera trasformandosi in Ateismo, Integralismo,Fideismo.

Non da meno la sua battaglia, purtroppo persa per la difesa delle radici cristiane di Europa…
Se il Papa ha insistito tanto su queste radici è perché temeva ambedue le deviazioni e cioè
“La deviazione del pensiero senza fede , e la deviazione della fede senza più pensiero”
Questo è il Papa che si avvicina a Sant’Agostino, anche lui aveva infatti detto, che ragione e fede erano due forze chiamate a cooperare per condurre l’uomo alla conoscenza della verità.
Ma il problema, faceva notare spesso il Papa, era difficile, “Perché si tratta di passare incolumi da un estremo all’altro, tra il fideismo che disprezza la ragione, e il razionalismo che esclude la fede”
Il grande merito intellettuale e pastorale di Giovanni Paolo II è stato quello di far capire a tutti noi che le due forze che ci portano la conoscenza devono cooperare insieme, e questo a mio vedere è un insegnamento grandissimo.
Come Sant’Agostino, Giovanni Paolo II ci ha insegnato ad ascoltare la fede, senza esaltare meno la ragione, ha fatto capire come la fede è la medicina dell’occhio dello spirito, la fortezza inespugnabile per la difesa di tutti, in particolare dei più deboli.
Giovanni Paolo nella sua ultima enciclica ci ha insegnato che tutti gli errori del mondo e anche quelli commessi dalla Chiesa sono emendabili, e che spetta al libero arbitrio di ognuno di noi il compito di correggere e correggersi.
Non è divina la storia della terra: al contrario essa è fatta di errori che sono periodici nei mortali:
in un passaggio della sua lettera papale Giovanni Paolo II ci fa notare come queste verità appartengano anche alla storia scritta dai Clerici medievali: è semplice Chronica Mundi, e la colpa o la virtù segnalano la presenza di Dio dentro di noi, ma hanno origine dalla nostra volontà, cosi come citato appunto da Sant’Agostino “Ero io a volere, io a non volere, io,io ero”
Giovanni Paolo II ha avuto il grande merito di trasmettere il messaggio al mondo intero sull’assoluto libero arbitrio dell’uomo, dell’ importanza del suo “Io” senziente, ma allo stesso tempo senza trascurare l’importanza della fede cristiana, riuscendo a far convivere queste due entità in assoluto equilibrio. Ma la missione pastorale di questo fantastico Papa non si ferma qui…
Non c’è pace senza giustizia. Non c’è giustizia senza perdono.
Negli ultimi anni del pontificato Giovanni Paolo II giunge a questa verità aspra.
Purificare la memoria vuol dire anche questo: far giustizia è un concludere; e amare è un ricominciare.
Non restare prigionieri del ricordo che procura dolore, non lasciare che la ferita resti aperta e che la memoria del male subito si trasformi in duratura vendetta.
Da qui la sua grande svolta storica, nel chiedere perdono per tutti gli errori commessi dai cristiani nei confronti degli altri popoli e delle altre religioni.
Nessun rappresentante massimo delle altre religioni monoteiste ha mai fatto un gesto simile prima di lui, e questo è un’ulteriore prova dell’opera episcopale di questo grande Papa, un’opera da prendere ad esempio e cultura da tutti noi…
Il suo pensiero sulla giustizia e l’osservazione del diritto che sono propri di questa terra e non appartengono ai tempi messianici e apocalittici, fu portato avanti da lui stoicamente fino alla fine, come fonte di salvezza a cui tutti siamo invitati a bere: a mio vedere questo è stato il suo ultimo grande insegnamento.
Dopo tutte queste cose che mi ha lasciato dentro, nella mia mente ritorna una sua frase presa in prestito da Orazio che citò qualche anno fa, e che diceva: “Non morirò del tutto: gran parte di me sfuggirà alla funebre dea”

E’ proprio cosi Giovanni Paolo II , dentro di me non morirai mai, per tutto quello che mi hai insegnato con la tua opera di Pastore, in tutto il mondo e per tutto il mondo…

 
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